Evitiamo che la Scuola diventi una incubatrice di piccoli mostri

27 Agosto 2009

Scuola, evitiamo i “piccoli mostri”

L’Onda che ha travolto, un anno fa, università e scuole e che ha visto come positiva anomalia l’asse fra genitori-insegnanti-studenti, scelse come slogan l’ormai celebre “noi la crisi non la paghiamo”. Un messaggio che veniva rivolto al governo e che per settimane ha riecheggiato fra le strade e nelle piazze, travolte dal coloratissimo movimento che sfilava pacificamente accusando Gelmini e Brunetta di voler distruggere la scuola pubblica, attraverso il taglieggiamento dei fondi e di una ristrutturazione del ciclo di studi che appariva e appare oggi quanto di più distante ci possa essere dal concetto di istruzione. Almeno da come la concepiva Gramsci, che riferendosi alla formazione tecnica ammoniva: la scuola “non deve diventare un’incubatrice di piccoli mostri aridamente istruiti per un mestiere, senza idee generali, senza cultura generale, senza anima, ma solo dall’occhio infallibile e dalla mano ferma” perché il suo compito è, al contrario, quello di “far scaturire dal fanciullo, l’uomo”.

E’ infatti ancora presente e minaccioso il rischio di vedere cancellata l’idea della formazione come la indica la Carta costituzionale, ovvero un diritto universale capace di azzerare le differenze di censo e di origine sociale, di razza e di religione. Si sta infatti tentando di cancellare il principio della laicità e del pluralismo dell’istruzione, con scuola e università trasformate in spazi dell’esclusione piuttosto che della convivenza fra diversità: la sentenza del Tar del Lazio è stata disattesa dal ministro Gelmini (che anzi ha annunciato ricorso alla Corte Costituzionale) mentre la Lega avanza la proposta di inserire lo studio del dialetto come strumento di discriminazione non solo verso gli stranieri ma anche degli italiani del Sud.

A questa minaccia verso l’idea di formazione pubblica, si aggiunge il non meno pericoloso ridimensionamento delle risorse, che non fa che confermare la politica del governo di attacco al pubblico per favorire l’istruzione privata, verso cui si dimostra ben più generoso e preoccupato (si veda solo il caso della Lombardia del berlusconiano-ciellino Formigoni). Senza dimenticare i flussi di denaro pubblico per i corsi di formazione professionale fantasma che servono per rimpinguare le tasche di comitati d’affari nei quali i politici sono in prima fila.

Si tirano così i cordoni della borsa gestita da Tremonti giustificandosi con la crisi e la contrazione economica mondiale: ottima scusa per ridisegnare un altro modello di istruzione e quindi anche un’altra società. Proprio come urlavano nelle strade e nelle piazze docenti, studenti e genitori, preoccupati dalla scomparsa della formazione pubblica e dal conseguente imporsi di un modello sociale fondato sulla diversificazione discriminante.

Ora questo attacco in autunno si tradurrà anche in 16.500 precari costretti a restare a casa e per cui ancora non si è delineato un piano certo di ammortizzatori sociali. Martedì alcuni di loro, a Salerno, si sono arrampicati sul tetto dell’edificio del Provveditorato, protestando sulla scia di quanto realizzato dagli operai della Innse di Milano: il dramma di perdere il lavoro spesso indirizza la protesta verso modalità drammatiche. Mentre ieri è stato reso noto che il 3 settembre si terrà un tavolo tecnico fra le parti sociali per tentare di mettere a punto un piano di ammortizzatori per i precari della scuola. Il governo, che fa resistenza nel trovare i fondi a loro sostegno, sta cercando di scaricare la propria responsabilità sulle spalle delle Regioni, con la preoccupazione dei sindacati.

Per capire chi sono i precari della scuola basta semplicemente salire su un treno che da Napoli o Salerno porti a Roma, intorno alle cinque del mattino. Per capire la loro vita, fatta di incertezza economica e lavorativa, basta trascorrere una mattina in casa con loro, seduti vicino al telefono in attesa di una chiamata, impossibilitati ad uscire per paura di perderla. Queste persone, questi lavoratori hanno il compito di contribuire a plasmare la nostra società, di dargli un indirizzo, di conferirgli una forma attraverso l’educazione e l’istruzione del singolo studente-cittadino. E lo fanno pagando il prezzo di una vita faticosa e precaria, rispetto a cui risulta inutile l’essere altamente specializzati: quanti master e corsi di formazione può vantare un giovane precario della scuola? Anche qui, basta prendere il treno Salerno-Roma alle cinque del mattino per scoprirlo. Spesso hanno doppia laurea, molti master, altrettanti corsi di formazione: tutto necessario a scalare le infinite graduatorie del lavoro e spesso non sufficiente, tanto da arrivare alla soglia degli oltre quarant’anni ancora a tempo determinato, ancora a scadenza.

Ora che il governo non riesca a garantire a questi lavoratori un piano di sostegno ma soprattutto un loro inserimento è a dir poco sconcertante. Invece di parlare dei grembiulini e del voto in condotta non sarebbe stato più opportuno occuparsi di questi destini a cui si lega il nostro destino di società?

Forse quei grembiulini e quel voto in condotta sono serviti a coprire la politica dei tagli e dell’assalto alla formazione pubblica: fumo negli occhi per nascondere la verità di voler privatizzare l’istruzione nel tentativo ultimo, insieme all’attacco all’informazione libera, di imporre un ‘nuovo’ modello di società, dove i cittadini siano sudditi e il sovrano sempre più incontrollato manovratore dei loro destini per i propri fini personali. Per questo difendere la scuola pubblica è un dovere anche politico a cui oggi e a settembre non dovremmo sottrarci, per evitare il crescere di “piccoli mostri” e impegnarci a far sbocciare “dal fanciullo, l’uomo”.

Luigi de Magistris


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